Turpiloquio

Parolacce: sì, o no? È una domanda sempre attuale. Comunque la si pensi al riguardo – se evitarle sia simbolo di distinzione, o se usarle sia segno di autenticità – a sentirle siamo abituati: anche alla tv e perfino nel dibattito politico. Ma nella lingua scritta?

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Personalizzazioni

«Milan Kundera dice che perfino il romanzo a chiave, quello in cui sotto il nome di un personaggio si riconosce una persona vera e identificabile è una cosa esteticamente equivoca e moralmente scorretta. Prima di pubblicare un libro l’autore o l’autrice dovrebbe preoccuparsi di nascondere accuratamente le chiavi che potrebbero rendere riconoscibili i personaggi. Anzitutto per un minimo di riguardo, dovuto a chi avrà la sorpresa di scoprire nel romanzo qualche frammento della propria vita» (Raffaele La Capria, Neapolitan Graffiti).

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Attività

La forma attiva, in cui qualcuno fa qualcosa, è in generale più gradevole della forma passiva, in cui qualcuno subisce qualcosa. Sono le decisioni e le azioni dei personaggi il motore della storia; non gli eventi. Non il terremoto cattura il lettore e lo spinge a leggere un’altra pagina, ma la reazione del personaggio al terremoto, ciò che questi si determina a fare dopo aver subito la sciagura.

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Essenzialità

Leggere è un’attività che comporta impegno da parte del lettore. Agevolare quest’attività permette al lettore di dedicarsi con meno sforzo al testo. Per questo si consiglia di alleggerire lo scritto semplificando il linguaggio quando possibile (a meno che una forma meno snella non sia utile per motivi di metrica, in poesia, o di ritmo, in narrativa o in saggistica; ovvero, se si desideri scrivere qualcosa in cui la forma risalti più di ogni altra cosa, come in certa sperimentazione romanzesca).

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Stile

Il primo scoglio che si para davanti all’autore al momento della revisione è lo stile. “Lo stile che ho scelto è adatto a dire quel che volevo?” È questa la domanda fondamentale. Prima di andare a rivedere virgole e punti, scelte lessicali o ripetizioni, ci chiediamo se la nostra voce nello scritto sia quella giusta, se il pezzo “suona bene”. È ovvio che sia così: il lettore non si troverà di fronte a noi, non ci ascolterà leggere il testo con l’intonazione, le pause, la fisicità che sceglieremmo se fossimo presenti di persona. Il testo deve quindi rendere l’intenzione dell’autore nel modo migliore. Quindi, si torna alle domande: “Ho scelto lo stile giusto? Sono stato troppo colloquiale, o troppo freddo? Sembro spontaneo, o affettato? Meglio preciso (ma complicato) o chiaro (ma approssimativo)?”

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