Tre errori da evitare

Meglio dovremmo parlare di suggerimenti a cui fare attenzione: non si tratta infatti di errori in senso stretto (come può esserlo ad esempio anno mangiato), ma di rischi che l’autore – per una pretesa stilistica eccessiva, per un secondo fine latente, o per egocentrismo – corre a svantaggio della resa scritta.

Primo suggerimento: non abusare del simbolismo. Che sarebbe in sé una cosa buona: il simbolismo può dare significato e spessore allo scritto; ma quando è troppo può soffocare l’emozione e la spontaneità dell’espressione con la freddezza dell’intelletto, soprattutto in narrativa. Il simbolismo non va dunque evitato tout court, ma dosato con cura.

Secondo suggerimento: non sovraccaricare lo stile. A volte si tende ad arricchire lo stile in maniera innaturale, strabordante, nel tentativo di fare della “bella prosa”. Il rischio è che lo stile prevarichi sul contenuto relegandolo in secondo piano. A meno che questo non sia l’esplicito obiettivo della tua scrittura, fa’ sempre attenzione a mantenere un buon equilibrio fra lo stile e il contenuto; anzi, fa’ in modo che lo stile sia sempre adatto al contenuto che stai esprimendo, che vi sia armonia fra i due. Uno sbilanciamento eccessivo rischia di deviare l’attenzione del lettore su di te e sul tuo stile, distogliendolo da ciò che hai scritto.

Terzo suggerimento: non spiegare ai tuoi lettori ciò che possono comprendere da sé. Non trattarli da sciocchi: se hai costruito bene la scena, le conseguenze saranno evidenti. Spiattellare l’ovvio in faccia a chi legge come se non potesse arrivarci da solo, può risultare offensivo (e renderti antipatico).

«Ho vinto il concorso da dirigente al primo tentativo, e allora?» sbotta lui.

«Niente» dice lei.

«Forse sono più in gamba di te: ci hai mai pensato?»

«Può darsi. Magari hai ragione: sono io. È colpa mia se non sono sponsorizzata come tanti altri» dice lei alludendo al concorso di lui.

Qui è evidente che lei stia alludendo al concorso di lui (è di questo che stanno parlando): rimarcarlo come avviene nella frase finale può dar fastidio al lettore, che di certo l’ha già capito.

Quarto suggerimento: evita a tutti i costi la propaganda. Indottrinare è agli antipodi del raccontare (non solo in narrativa); e ogni emozione si smorza laddove l’autore prenda il microfono – che dovrebbe appartenere ai personaggi – per lanciare il suo sermone.

«Mi hai tradito» gli disse lei. Non riusciva a crederci: tradire la fiducia di qualcuno è un’azione riprovevole; ma tradire chi ti ama è il peggio che si possa fare. E lui l’aveva fatto.

«Hai ragione – rispose lui – non ho scusanti». Lui sapeva bene che il tradimento è quanto di più abietto ci sia, moralmente e umanamente.

Cos’è che non va qui? Semplice: il narratore non sta narrando una storia; sta spiegando al lettore che cos’è il tradimento e quanto brutto sia, suggerendo che non si dovrebbe mai fare qualcosa del genere. Spiegare, insegnare, catechizzare… non competono al narratore (bensì, eventualmente, al saggista; che pur dovrebbe tenersi entro i limiti di ciò che può essere supportato dalla trattazione, senza dare giudizi di valore eccedenti). Il narratore deve raccontare una storia; tutto ciò che la storia ha eventualmente da insegnare… il lettore lo desumerà dall’esperienza dei personaggi, che leggendo sta facendo propria.

«Mi hai tradito – gli disse lei. – Tradire la fiducia di qualcuno è un’azione riprovevole; ma tradire chi ti ama è il peggio che si possa fare».

«Hai ragione – rispose lui – non ho scusanti: il tradimento è quanto di più abietto ci sia, moralmente e umanamente».

E qui, cos’è che non va? Qui il narratore ha seguito il consiglio di non dire le cose più scottanti direttamente, ma di farle dire ai personaggi. Però ha capito male: il personaggio, è vero, può dire tutto quello che gli passa per la testa; ma non quello che passa per la testa dell’autore. In questo caso, il dialogo tra i due è completamente innaturale: parlano come se stessero leggendo a turno un manualetto di filosofia morale. Ma lei, affranta dal tradimento che ha appena scoperto, non può certo essere dell’umore per una dissertazione; lui, probabilmente, non può aver nient’altro da aggiungere al dolore manifesto della sua compagna, se non il sempreverde (e abusato) “Mi dispiace”. I personaggi sono quindi inverosimili, e la narrazione rimane fredda, proprio come una spiegazione da aula universitaria. Di conseguenza, il lettore non viene coinvolto e non può immedesimarsi nei personaggi, né può provare emozioni insieme a loro. Potrà perfino afferrare bene il concetto: il tradimento è una brutta cosa. Ma un romanzo dovrebbe ambire a ben altro.

Ecco una descrizione naturale, che affida al vissuto dei personaggi la storia, e tutto ciò che la storia può significare per il lettore.

«Mi hai tradito – gli disse lei. – Non riesco a crederci».

Lui si rese conto che era proprio così: lo guardava incredula. Di più: era stranita, lo fissava come se quello che aveva davanti non fosse lui. «Hai ragione – avrebbe voluto rispondere – mi dispiace». Ma quelle erano parole che sarebbero andate bene con la vecchia lei. Capì che in quei pochi minuti tutto era cambiato. Riuscirò più ad averla? si chiese. E sarà mai più quella di prima?

Si sa che la tentazione di “mandare un messaggio” è di tutti gli autori; ma non si dovrebbe mai cedervi e trasformare il proprio romanzo in un trattatello o in un pamphlet. E qui si viene all’immancabile eccezione: se stai scrivendo un pamphlet, il “sermone” non è qualcosa da cui guardarsi; è invece il fulcro stesso di ciò che scrivi. In quel caso l’obiettivo non sarà smussarlo o ridurne la portata, bensì al contrario potenziarlo in modo che emerga con la massima forza. Ad esempio supportando l’invettiva con un buon numero di argomenti e puntando sull’evidenza e sulla condivisibilità degli stessi. Soprattutto in uno scritto di carattere esortativo (si pensi ad esempio al celebre Indignatevi!) è importante che la posizione presa non sembri arbitraria, ma ben meditata, e alla fine quasi doverosa. A ogni scritto, il suo stile.

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