Parolacce: sì, o no? È una domanda sempre attuale. Comunque la si pensi al riguardo – se evitarle sia simbolo di distinzione, o se usarle sia segno di autenticità – a sentirle siamo abituati: anche alla tv e perfino nel dibattito politico. Ma nella lingua scritta?

Già nelle opere di autori classici troviamo l’uso di termini volgari:
noi resteremo tutti coglionati (Monti)
coglione chi si affatica a pensare e a scrivere (Leopardi)
ed è ancor più facile trovarne presso i moderni:
«Ma li mortacci vostra» (Pasolini)
«Col cazzo» (Salinger)
autori che consentono questo linguaggio non solo ai loro personaggi, ma allo stesso narratore:
chiese poi, rivoltandosi di scatto, incazzato, a un altro (Pasolini)
gli apostoli, per esempio. Loro mi stanno proprio sulle palle (Salinger)
esempi di come un certo tipo di volgarità venga usato per caratterizzare uno stile narrativo.
Il turpiloquio, tuttavia, suscita sempre qualche diffidenza, tanto in chi scrive (“Che figura ci faccio a usare certe parolacce? E se irritassi qualcuno?”) quanto in chi legge (“Era necessaria questa parolaccia? Possibile che ormai nemmeno nella lingua scritta si riesca a trovar più un po’ di decoro?”) Che fare, allora: usarlo, o no? È evidente che, se il fine estetico lo richiede, dovremo essere pronti a fare ciò che è necessario: un personaggio intimamente volgare… dovrà essere volgare (e qualunque tentativo di rendere patinata la lingua di un tipo dei bassifondi sarebbe un rimedio peggiore del male); del resto, romanzi come Una vita violenta o Il giovane Holden sarebbero irriconoscibili se da essi si eliminassero tutte le parolacce. Il turpiloquio, in conclusione, va trattato per quello che è: non un tabù, ma una materia molto delicata da maneggiare con fine senso dell’opportunità. L’obiettivo che abbiamo nella nostra scrittura è sempre più alto di qualunque altra considerazione e può richiederci qualunque sacrificio. Ma bisogna essere sicuri che l’esigenza sia ben fondata: niente è infatti peggio recepito dal lettore della gratuità, che si tratti di un dettaglio dell’ambientazione, della caratteristica di un personaggio, di una battuta di dialogo… o di espressioni triviali.
E sul fronte non narrativo? Come regolarsi, ad esempio, in un articolo di fondo, o in un saggio scientifico?
Basta leggere gli Scritti corsari per trovare una prima risposta. Lo stile del Pasolini giornalista è completamente diverso da quello del romanziere: se nei suoi romanzi la volgarità serve a restituire l’essenza di un ambiente e di una mentalità, negli articoli è la sobrietà a servire da strumento per un’esposizione argomentata e consequenziale. Ciò basta a farne una regola? Se di regola si vuol parlare, a questo livello, l’unica che si possa dare è che il linguaggio usato sia adeguato allo scopo. E se lo scopo è persuadere con una trattazione razionale – che sia, appunto, giornalistica o scientifica – è controproducente far uso di termini, espressioni e modi non razionali: si rischia di venir presi poco sul serio, o di distrarre il lettore. È vero che alcuni giornali fanno sfoggio del turpiloquio, in particolare nei titoli: ma lì l’obiettivo manifesto – e dunque coerente – è mostrarsi autentici a un certo tipo di lettore, al quale sembra di ascoltare qualcuno che parli con sincerità, senza peli sulla lingua.
Altre cose, ugualmente delicate, vanno gestite con lo stesso senso dell’opportunità. Si pensi ad esempio alle questioni morali, religiose, ideologiche, politiche. Banalizzarle, affrontarle con superficialità o con sarcasmo – magari trattando al contempo da idiota chi vi aderisce ritenendole importanti – è decisamente di cattivo gusto. Che fare, allora? Per evitare che qualcuno possa scandalizzarsi, ci rassegneremo al politicamente corretto? O, peggio, all’autocensura? Nient’affatto. Torniamo a considerare la citazione precedente:
gli apostoli, per esempio. Loro mi stanno proprio sulle palle
Innanzitutto, c’è da considerare che qui è il personaggio-narratore a parlare in prima persona (e al personaggio sono concesse tante cose precluse a chi non lo è: cfr. il paragrafo Molte le regole, una l’eccezione). In più, lo stesso personaggio dà conto della sua personale opinione poche righe appresso, in modo da giustificarla («Dopo che Gesù è morto e tutto il resto non si sono comportati malaccio, ma finché era vivo Lui gli sono stati utili quanto un buco in testa. Non facevano che piantarlo in asso»). Il suo dunque non è un attacco gratuito alla religione o a chi simpatizza con essa; anzi, il suo rispetto per ciò che di buono vi è, a suo avviso, nella religione, è sottolineato tanto dalla simpatia che mostra per Gesù, maltrattato dagli apostoli, quanto dall’uso della maiuscola per il pronome. In tal modo Salinger ottiene l’effetto di esprimere – tramite il personaggio – la sua critica alla religione, in maniera fondata, così che non sembri gratuita.
Diverso è il caso seguente:
«Gli apostoli, per esempio. Loro mi stanno proprio sulle palle». E a chi non stanno sulle palle? Tutti i preti, eh, mica solo gli apostoli. Ipocriti, pedofili, arricchiti che la religione non sanno neanche dove sta di casa. La castrazione, ci vorrebbe, ma quella vera, altro che la chimica.
Qui è il narratore a fare la sua tirata personale al posto del personaggio, e la cosa degenera infatti immediatamente in un moralismo infarcito di luoghi comuni, con tanto di incitamento alla violenza. È per questo che autori come Palahniuk e Houellebecq, dal tono tipicamente sopra le righe, affidano di preferenza la narrazione a uno dei loro personaggi, in modo da poterne caratterizzare a piacimento la voce.
Un discorso simile vale per la scrittura non narrativa. Nella misura in cui intenda suscitare un dibattito civile ampio e condiviso, la scrittura dovrà favorire l’incontro piuttosto che lo scontro; l’esame razionale delle idee e delle reciproche posizioni, piuttosto che gli slogan e le invettive. Questo in generale, e tanto più riguardo a materie incandescenti come appunto la politica, la religione, la morale, l’ideologia, dove è più facile che gli interlocutori si infervorino rapidamente, a tutto detrimento di un dialogo sereno e di una reale comprensione delle questioni in gioco.


