Il primo scoglio che si para davanti all’autore al momento della revisione è lo stile. “Lo stile che ho scelto è adatto a dire quel che volevo?” È questa la domanda fondamentale. Prima di andare a rivedere virgole e punti, scelte lessicali o ripetizioni, ci chiediamo se la nostra voce nello scritto sia quella giusta, se il pezzo “suona bene”. È ovvio che sia così: il lettore non si troverà di fronte a noi, non ci ascolterà leggere il testo con l’intonazione, le pause, la fisicità che sceglieremmo se fossimo presenti di persona. Il testo deve quindi rendere l’intenzione dell’autore nel modo migliore. Quindi, si torna alle domande: “Ho scelto lo stile giusto? Sono stato troppo colloquiale, o troppo freddo? Sembro spontaneo, o affettato? Meglio preciso (ma complicato) o chiaro (ma approssimativo)?”

Si osservi la frase seguente:
L’utilizzazione di gergo specialistico nell’ambito di una discussione tra non addetti ai lavori può restituire una spiacevole sensazione di straniamento.
C’è veramente bisogno di esprimersi così? Si potrebbe ad esempio dire:
Usare troppi termini complicati quando non necessario può essere spiacevole per chi ascolta.
Da un punto di vista tecnico, la prima non è sbagliata: anzi, è perfino un po’ più precisa. Ma è proprio indispensabile? Quanto è utile questo pizzico di precisione, e quanto si guadagna invece facendone a meno? Nella maggior parte dei casi, l’immediatezza è più preziosa della puntualità (e il lettore la apprezza di più).
Insomma: partendo da ciò che ho in mente di dire, e dal pubblico che immagino leggerà le mie pagine, l’obiettivo è scegliere lo stile più adeguato, facendo attenzione ad alcune qualità che tendono a rendere il testo più leggibile, più scorrevole, più gradevole.


