Si può scrivere per se stessi? – I dubbi dello scrittore #12

Si scrive sempre anche per se stesi. La domanda in realtà significa: si può scrivere solo per se stessi, cioè per il solo piacere di scrivere e magari di rileggersi, senza magari nemmeno immaginare un lettore?

Questo, lettore, è un libro sincero. Ti avverte fin dall’inizio che non mi sono proposto, on esso, alcun fine, se non domestico e privato. Non ho tenuto in alcuna considerazione né il tuo vantaggio, né la mia gloria.

Così Michel de Montaigne apre i suoi celeberrimi Saggi. Non senza precisare che essi sono dedicati «alla privata utilità dei miei parenti e amici». Quindi lui non immagina un “pubblico”; ma dei lettori, sì.

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Che cos’è l’editing? – I dubbi dello scrittore #11

È facile rispondere: l’editing è la revisione del testo. Dire così però non risponde davvero, sposta soltanto la domanda, che adesso è diventata: “In cosa consiste la revisione del testo?”

Sono molti gli aspetti coinvolti nell’editing. Alcuni riguardano la forma mera delle parole (come i refusi) o dei segni (come apostrofi e accenti), oppure le scelte grafiche (come l’uso corretto delle virgolette per il discorso diretto, o dei trattini per gli incisi). Altri riguardano la lingua (come la punteggiatura all’interno della frase), lo stile (come la brevità, l’essenzialità, la coerenza) o le prassi virtuose (come il “rincorrere gli errori”). Per i primi si parla in genere di correzione delle bozze; per gli altri si usa il termine “editing”.

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Come faccio a pubblicizzare il mio romanzo? – I dubbi dello scrittore #10

“Un romanzo dove nulla è come sembra”: lo dicono tutti; chi vuoi che compri proprio il tuo? “Un thriller mozzafiato”. Ma sul serio? Quand’è l’ultima volta che un thriller ti ha mozzato il fiato? “Una storia che ti terrà incollato alla pagina”. Preso alla lettera (be’, non proprio alla lettera, se no ci vorrebbe un chirurgo del pronto soccorso), dovresti avere un cliffhanger a ogni capoverso. È così? L’hai fatto davvero?

Non diciamo assurdità. Soprattutto quando si tratta di dirlo con delle frasi fatte che, come ogni cliché, perdono qualunque sapore e qualunque credibilità. La cosa peggiore è che il lettore si fa l’idea di un libro prima di cominciare a leggerlo, proprio a partire dagli slogan promozionali, dalla quarta di copertina ecc. E, a leggere cose come quelle, si fa l’idea che anche l’autore scriva così. Con delle frasi fatte che appiattiscono la narrazione e la rendono uguale a ogni altra. Quindi la domanda è proprio quella d’apertura: chi vuoi che legga proprio il tuo?

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Ho autopubblicato un libro. E se lo traducessi con l’AI? – I dubbi dello scrittore #9

Si potrebbe parlare a lungo dell’arte della traduzione, citare i nomi dei grandi traduttori italiani dal russo che ci hanno fatto piangere, quando eravamo giovani, sulle pagine di Anna Karenina e Alla vigilia, si potrebbe consigliare Fra le righe di Silvia Pareschi, che oltre a essere splendido, ha un capitolo interamente dedicato all’intelligenza artificiale. Ma facciamola breve: ascoltare qualcuno che parla male è fastidioso, alla prima cantonata magari sorridi, alla seconda ti domandi dov’è che potrà arrivare, alla terza capisci che stai sprecando il tuo tempo e che di lì a poco lo manderai a quel paese. Perché uno che parla male pensa male, e se a volte ci accontentiamo della traduzione dell’AI per i saggi è solo perché, interessati al contenuto, decidiamo di sacrificare la forma (e lo facciamo gratis). Ma i romanzi? Quelli mica li leggiamo gratis? E anche se fosse: in un romanzo la bellezza è importante almeno quanto il contenuto. Che faremo? Leggeremo Guerra e pace tradotto online un capitolo alla volta per poter dire, infine, che parlava della Russia?

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Pubblicare “in self” – I dubbi dello scrittore #8

L’autopubblicazione – o “self-publishing” o “vanity press”, per chi ama gli anglicismi – è la pubblicazione in proprio di un libro – un saggio, un romanzo, un fumetto – anziché tramite un editore.

Quando il discorso viene fuori, puntualmente ti dicono che ci sono illustri esempi storici di pubblicazione a proprie spese: Proust, Svevo (anche se l’odierna autopubblicazione no è lo stesso che pubblicare a pagamento tramite CE); come se la scelta di “pubblicare in self” andasse giustificata. Oppure, ti dicono che si tratta di un modo per scardinare l’egemonia delle case editrici (qualunque cosa significhi); il che fa subito pensare a un desiderio di rivalsa nei confronti di soggetti che, dopo averti fatto aspettare per mesi, alla fine ti hanno detto di no.

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Ma le scuole di scrittura… a che servono? – I dubbi dello scrittore #7

Più spesso troviamo questa domanda nella forma affermativa: «Le scuole di scrittura non servono». Chi lo dice chiarisce poi che il motivo è molto semplice: il talento non può essere insegnato. Per qualche motivo, la pretesa è sempre la stessa: si vuole trattare la scrittura in maniera diversa da tutte le altre arti.

Tutte le arti si insegnano, dalla pittura alla musica, e nessuno si sogna di dire che le Accademie e i Conservatori non servano a niente. (Allo stesso modo tutta l’arte, storicamente e ancora oggi, si è sempre venduta, ma si pretende che la narrativa non abbia prezzo e non debba essere venduta, ma questo è un altro discorso). Perché la scrittura dovrebbe fare eccezione?

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Il problema del talento – I dubbi dello scrittore #6

Scrivi, rileggi, riscrivi. Fa schifo. Concludi: non ho talento. Ti sbagli. Non che non faccia schifo, eh: su quello hai ragione. Sei alle prime armi, è ovvio. Scrittori si diventa, come ogni cosa: tutto si impara. Puoi essere più o meno portato, ma poi è l’apprendistato a fare la differenza. E il talento? Il talento è una cosa che non può essere rilevata intrinsecamente: ti accorgi che c’è solo q8uando lo vedi all’opera. Ecco perché è sciocco soffermarsi sul “ce l’ho, non ce l’ho”: se non ci provi (e non lo fai nella maniera giusta)… non lo saprai mai.

Il dato di fatto reale, tangibile, che puoi osservare direttamente nella tua scrittura è che se leggi, studi, frequenti corsi, ti eserciti… poi scrivi poi meglio. Che significa? Significa che il talento sta finalmente venendo fuori? Il talento è il talento. Quella che sta crescendo è la tua abilità di scrittore, che è tecnica per il 99% e talento (o ispirazione) per il restante 1%.

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I grandi del passato non frequentavano scuole di scrittura. Perché dovrei farlo io? – I dubbi dello scrittore #5

È vero: all’epoca, scuole di scrittura non ce n’erano. Tempi duri, toccava far tutto da soli. Eppure si scriveva; e capolavori, eh, mica robetta. Quindi, l’obiezione sembra sensata. Se loro l’hanno fatto…

Il punto è che, con tutto il rispetto, potresti non essere il nuovo Tolstoj. E, nonostante tanti sforzi, potresti accorgerti che quello che scrivi è proprio robetta. Magari a te piace pure, ma agli altri ahimé… proprio no. Così gli editori rifiutano i tuoi scritti, tu imprechi e autopubblichi il romanzo. A quel punto, i lettori non lo comprano. Tu imprechi, ti lamenti che i lettori non capiscono niente, ti convinci di essere un genio incompreso, e continui a scrivere.

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Cosa può fare per me una casa editrice? – I dubbi dello scrittore #4

È la domanda che ti sei fatto quando hai  scritto la parola “FINE” al termine del tuo romanzo e hai accarezzato l’ipotesi di autopubblicarlo: per non perdere tempo in attesa delle risposte, per non dover sottostare “ai meccanismi del mercato editoriale”, per non dover incassare i rifiuti. Hai letto qua e là elogi del self-publishing e la lampadina ti si è accesa; poi però ti è venuto il dubbio che le cose potessero stare diversamente, e allora ti sei domandato quali differenze ci siano tra il pubblicare in proprio e il farlo con una casa editrice.

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Perché dovrei essere io a promuovere il mio libro? – I dubbi dello scrittore #3

In genere questa domanda presuppone che debba essere qualcun altro a farlo: ad es., l’editore. Oppure che non dovresti essere tenuto a impegnarti nella promozione del tuo libro perché, insomma, tu l’hai scritto: adesso siano gli altri ad andare a leggerselo. Tuttavia, i motivi per cui dovresti promuovere il tuo libro – e volentieri, per giunta – ci sono.

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