Personalizzazioni

«Milan Kundera dice che perfino il romanzo a chiave, quello in cui sotto il nome di un personaggio si riconosce una persona vera e identificabile è una cosa esteticamente equivoca e moralmente scorretta. Prima di pubblicare un libro l’autore o l’autrice dovrebbe preoccuparsi di nascondere accuratamente le chiavi che potrebbero rendere riconoscibili i personaggi. Anzitutto per un minimo di riguardo, dovuto a chi avrà la sorpresa di scoprire nel romanzo qualche frammento della propria vita» (Raffaele La Capria, Neapolitan Graffiti).

Non ti piacciono i film di Menescampi; liberissimo. E le fiction delle reti nazionali ti fanno innervosire (anzi, ti innervosisce già il fatto che le chiamino “fiction”). D’accordo. Ma è proprio necessario scagliarsi contro il regista facendo nome e cognome e inveendo come se fosse una questione personale?

Appena giunge sul piano personale, ogni critica si trasforma in polemica e diventa per ciò stesso sterile. Si può entrare certo nel merito della struttura, della sceneggiatura, della fotografia di un film; ma è meglio che tutto rimanga nell’alveo della critica all’opera, senza sconfinare in critica all’autore.

Ciò non vale solo per la critica: meglio non nominare, in un romanzo, una persona realmente esistente se non strettamente necessario. In un romanzo-verità su Falcone e Borsellino certo non se ne potrà fare a meno; ma quando non sia così, è preferibile evitare di scomodare il nome di un politico, di un attore, di un cantante esistente. Altro è il diritto di cronaca, e chi fa il giornalista di professione sa bene fino a che punto è lecito spingersi per non incappare nel rischio di una querela; altro è l’opinione personale. Se la tua intenzione è proprio quella di scrivere un’invettiva, può giovare alla forza della critica ricordare le ragioni più obiettive a sostegno della tua posizione – quelle maggiormente evidenti e condivise – ed evidenziare fatti e comportamenti, più che intenzioni e presunzioni. Se ti scagli contro qualcuno senza un supporto sufficiente, il lettore potrà pensare che la tua sia un’antipatia tutta personale (o che tu abbia dei secondi fini, o ancora che la tua posizione sia dettata dalla linea di un gruppo o di un partito); invece, stigmatizzare l’atteggiamento di qualcuno, anche nella sua caratteristica più biasimevole, diventa tanto più facilmente comprensibile quanto più il significato è evidente. La critica diretta è insomma un genere da trattare con molta attenzione: non solo perché, appunto, espone l’autore a una potenziale denuncia, ma anche perché il rischio di lasciarsi prendere la mano, ferendo e danneggiando l’altro ingiustamente, è molto vicino.

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