Poiché i finali hanno un’importanza fondamentale, e poiché non c’è scrittore che non voglia concludere in modo clamoroso, capita non di rado che la storia deragli proprio nel finale – perché si eccede con un finale troppo al di sopra o troppo diverso dalla storia precedente. Non va dimenticato che gli eventi del finale devono essere proporzionali (e, anche quando salgono, vanno collocati in continuità, non in rottura, con ciò che viene prima).
Di seguito, alcune linee-guida per accertarsi che il finale sia efficace e che il lettore chiuda il libro con il dispiacere di dover lasciare il mondo fittizio (pp. 141-142):

- costringere il protagonista a comportarsi in modi che spaventano il lettore – affrontando l’antagonista, correndo dentro un edificio in fiamme, o sfuggendo alle trappole di un assassino;
- in un romanzo con meno azioni drammatiche, il protagonista può decidere di fare qualcosa di difficile per lui – dire basta a un matrimonio infelice, cambiare vita, confrontarsi con il proprio passato; conclusioni senza azione che dovranno far sì che il lettore veda il protagonista in una nuova luce;
- per concentrare la tensione, contenere il finale in una singola scena, che potrà anche scaturire da vari eventi precedenti, ma dovrà far esplodere il dramma in un unico luogo e in unico momento;
- una volta risposto alla domanda drammaturgica principale, chiuso le sottotrame e risolto il conflitto principale, concludere la storia nel modo più veloce e delicato possibile;
- se il finale è shockante, violento o improvviso, si può includere un epilogo che riveli le conseguenze (gli epiloghi sono usati quando il destino dei personaggi non è chiaro nel climax e la conclusione è ambigua).


