La DDP è il motore della curiosità che la narrativa cerca di suscitare nel lettore.
Un’opera di narrativa non può riguardare milioni di cose, ma solo una, che dev’essere in grado di portare nell’opera una singola, pressante domanda. Questa domanda – spesso conosciuta come Domanda Drammaturgica Principale – è generalmente una domanda secca a cui si può rispondere sì o no, e che trova risposta solo alla fine della storia. Brian troverà un lavoro? Jamie e Anna andranno a vivere in appartamenti separati? (p. 38).
Si tratta di una nozione trasversale ai generi e alle epoche. Renzo e Lucia riusciranno a sposarsi, sì o no? Non sempre tuttavia la DDP si riduce a quest’alternativa: tipica del giallo è ad esempio la domanda “Chi (e perché) l’ha ucciso?”

Leggiamo perché la suspense creata dalla domanda ci tiene incollati alla pagina per trovare la risposta. Tutto questo ci porta a parlare delle risposte. È ovvio che, se si è posta una domanda, bisogna anche dare una risposta, ma le possibilità di risposta sono diverse: sì, no o forse. Va bene se Brian trova un lavoro, o anche se non lo trova, a patto che la storia giustifichi questa risposta (p. 39).
È il motivo per cui certe opere che violano questo canone (si pensi a quelle di David Lynch) possono spiazzare il pubblico.
La Domanda Drammaturgica Principale può sembrare strana a molti scrittori, come se si trattasse di qualcosa che deve essere inserito a forza in una storia. In realtà, la domanda è collegata all’intero universo narrativo, e scaturisce dalla relazione fra tre elementi: il protagonista, il suo obiettivo e l’ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo (p. 39).


