Partiamo dall’affermazione di Stephen King:

Al momento della revisione, la tua missione è sbarazzarti del superfluo. Ricorda che seconda stesura = prima stesura – 10%
Ecco cosa pensa il Re dei tagli da apportare in fase di revisione. Qual è il senso? Perché mai si dovrebbe tagliare sempre e comunque?
Il motivo è semplice: quando scriviamo… scriviamo. Cioè: tiriamo fuori tutto quello che ci passa per la testa. Ma, quando viene il tempo della revisione, comincia a emergere che non tutto il materiale che abbiamo messo giù serve davvero alla storia che vogliamo raccontare. Man mano che – proprio durante la revisione – il romanzo prende una sua forma più definita, tanto nella nostra mente quanto su carta, molte cose non paiono più così attinenti. Altre sembreranno superflue e altre ancora, magari in seguito a ricerche più approfondite, risulteranno sbagliate. Tutte queste cose vanno tagliate via. Sembra banale, scontato: è ovvio che ciò che non serve venga accantonato. Eppure non è così semplice: soprattutto per l’autore. Tutto ciò che hai scritto ha un significato per te: ne ricordi la genesi, la motivazione, l’emozione che avevi dentro quando l’hai pensato, e poi scritto. Ti sembra che, tagliando un pezzo, si perda qualcosa. E in un certo senso è vero. È un po’ come dare al protagonista un terzo braccio: si possono fare mille cose, con un terzo braccio, che senza sarebbero impossibili. Non c’è dubbio. Ma la domanda è: il protagonista che abbiamo in mente… è un uomo come tutti? La domanda è centrale: perché un terzo braccio può essere utile, ma ha anche qualcosa di mostruoso. Riuscirà il protagonista a vivere tutto ciò che abbiamo in serbo per lui – amore, lavoro, amicizie – con quella protesi inattesa ancorata alla schiena? Ecco la domanda che dovremmo farci: questo brano (questo capoverso, questa frase, questo singolo termine…) è veramente necessario alla storia? Il suo contributo è veramente utile al romanzo nel suo complesso?
A volte la risposta sarà: no, non serve al romanzo. In quel caso, dovremo avere il coraggio di prenderne atto e agire di conseguenza. Non è detto tuttavia che il materiale tagliato faccia per forza una brutta fine; potrebbe sempre tornare utile in un’altra occasione. Ma, al di là di ciò, se il taglio va fatto, bisogna farlo. Ricordando sempre che noi scriviamo per il lettore: per qualcuno, cioè, che ci ascolta mentre gli raccontiamo una storia. E che vuole che la storia sia a un tempo avvincente e coerente. Non dovremmo dirgli niente di superfluo; dovremmo essere essenziali. Per un motivo della massima importanza: il lettore percepisce la differenza fra ciò che è indispensabile e ciò che è superfluo. E se cede all’idea che la tua narrazione contiene parti superflue, smetterà di leggere con attenzione e comincerà a farlo con superficialità. Attenzione: essere essenziali non vuol dire essere laconici. Ci vogliono le parole giuste per dire ciò che si vuole a proprio modo, e a seconda dello stile dell’autore un’espressione lunga potrebbe essere migliore di un’altra più breve. Né deve sfociare nella reticenza: al lettore va detto sempre tutto ciò che serve (pur di scegliere il momento giusto per farlo; e molta della bravura dell’autore sta proprio qui). L’essenzialità è un’arte sottile che consiste nel dire il giusto senza eccedere, ma anche appunto evitando di dire poco. E ha a che fare con il tono narrativo (che è il tono della voce che porta avanti ogni scrittura, non solo quella narrativa), il ritmo dello scritto, le scelte linguistiche dell’autore. Essere essenziali non è facile. Ma, quando ci si riesce, la scrittura può farsi straordinaria.


