La scrittura in dialetto va trattata come quella dei termini stranieri. In 2 sensi:

- i termini vanno riportati in corsivo, al fine di indicare al lettore che si tratta di qualcosa che non troverà nel dizionario italiano (certi lettori consultano sempre il dizionario di fronte a termini che non hanno mai incontrato prima);
- ci si deve affidare a un dizionario (preferibilmente etimologico) e a una grammatica di riferimento. Non è pensabile scrivere il dialetto basandosi semplicemente su come lo si parla (se si è madrelingua) o su come lo si è ascoltato. Oggi esistono dizionari e grammatiche per molti dei principali dialetti italiani, non c’è più motivo di accontentarsi di scrivere a caso.
La cosa più importante è ricontrollare tutti i termini usati e assicurarsi di averli scritti in maniera coerente; poiché il lettore non disporrà, nella maggior parte dei casi, di un dizionario del dialetto che sta leggendo, bisogna assolutamente evitare di scrivere lo stesso termine in modi diversi: ciò lo indurrebbe a credere che si tratti di parole diverse.
Il consiglio è di evitare, in generale, ove non indispensabile, di scrivere in un dialetto che non si conosce bene (per esserci nati, o per averlo acquisito a lungo e bene). E di non affidarsi ad amici e parenti madrelingua: quasi nessuno sa scrivere il proprio dialetto correttamente, a parte i pochissimi che lo hanno studiato, per passione o per necessità (cioè: per scrivere a loro volta). In nessun caso basta ascoltare il dialetto delle serie tv: ascoltare e leggere, si diceva, non sono la stessa cosa. E, soprattutto: non prendere in prestito battute o espressioni a imitazione della tv (che risulterebbero ritrite).
E i classici? Quelli si consiglia di leggerli, ma non di prenderli a riferimento, né per l’ortografia né per la grammatica. Innanzitutto perché non vi è coerenza fra le loro ortografie; spesso non vi è coerenza nemmeno all’interno dell’opera di un singolo autore. Ma, soprattutto, oggi nessuno dice più (per fare un esempio tratto dal napoletano):
I’ te vurria vasà
Si dice invece correntemente (si potrebbe discutere della correttezza, ma non è questa la sede)
I’ te vulesse vasà
Meglio affidarsi a un dizionario e a una grammatica aggiornati, tra quelli facilmente reperibili in commercio.
Questo per quanto riguarda il parlato dei personaggi; la descrizione di luoghi, oggetti, consuetudini locali; opere, cartelli, bigliettini presenti nel romanzo. E per quanto riguarda il narratore?
La voce del narratore dovrebbe sempre mantenersi asettica, nel senso di evitare qualunque contaminazione con il dialetto: a meno che non si tratti di un romanzo scritto in prima persona da un madrelingua che parli il suo dialetto anche quando narra; di un romanzo scritto interamente in dialetto; o di un articolo di giornale che intenda assumere la voce dell’uomo qualunque, il cosiddetto “uomo della strada”. In tutti gli altri casi, le parole del dialetto ammesse per la voce del narratore sono solo quelle registrate. Ad esempio:
inciucio, abbuffarsi
ma anche
minchia, pirla
non che sia vietato scrivere un testo interamente in dialetto. Ma è importante tener presente il pubblico di riferimento: chi potrebbe capire a sufficienza il linguaggio del libro?
Nel maneggiare il dialetto (nel parlarlo, ma soprattutto nello scriverlo) bisogna stare attenti all’ipercorrettismo, che è l’insieme di quelle storpiature che apportiamo nel tentativo di correggere una tendenza che riteniamo errata. Si tratta tipicamente di una censura nei confronti di forme ritenute provinciali, deteriori.
Ad esempio, nell’area napoletana, dove l’accento nel dialetto cade spesso sull’ultima vocale, si tende – quando si parla in italiano – a pronunciare (erroneamente)
Càvour al posto di Cavoùr
proprio perché si attribuisce l’accentazione finale a una tendenza dialettale, anziché all’origine francese del nome. Similmente, nella stessa zona, dove si usa raddoppiare indebitamente la b nella pronuncia, si può sentire
Arabbia al posto di Arabia, oppure
debbole al posto di debole
motivo per cui parlanti di quest’area possono operare, nello scritto, modifiche indebite, sottraendo una b a parole che dovrebbero averne due:
rabonire al posto di rabbonire
abindolare al posto di abbindolare


