Divagazioni

La divagazione, o digressione, è il passaggio da un discorso all’altro nell’ambito dello stesso testo.

Mi fermai davanti a una porta. Una porta può essere un ostacolo, se è chiusa; o un punto di accesso, se sai come aprirla. Dipende da te. Presi coraggio e mi avvicinai.

Qui la narrazione

Mi fermai davanti a una porta […] Presi coraggio e mi avvicinai.

è interrotta da una breve divagazione

Una porta può essere un ostacolo, se è chiusa; o un punto di accesso, se sai come aprirla. Dipende da te

che serve a prendere un attimo di respiro prima di procedere a una fase decisiva (in cui il personaggio decide di avanzare oltre la porta), e anche a mostrare l’esitazione che il personaggio ha (come l’avrebbe chiunque, il che lo rende umano e simile a noi, permettendoci di identificarci con lui) ma che prontamente supera (perché lui è l’eroe della storia). È insomma abbastanza breve da sospendere il ritmo senza spezzarlo.

Si guardi adesso il passaggio seguente:

Mi fermai davanti a una porta. Una porta può essere un ostacolo, se è chiusa; o un punto di accesso, se sai come aprirla. Dipende da te. Ma non è facile: non basta l’entusiasmo a renderti in grado di forzarla, e nemmeno la semplice determinazione. Un bel po’ di competenza tecnica, ecco quello che ti occorre: conoscere il tipo di serratura, e il sistema per violarne il meccanismo, e gli attrezzi necessari – eh, sì, devi avere anche quelli – di tutte queste cose insieme hai bisogno e se non l’hai mai fatto, credimi, avrai da grattarti la testa un bel po’. Del resto, mi dissi, non è mica un muro: quello sì che è un vero ostacolo. Ma questa è solo una porta…

Qui la narrazione, che si è fermata insieme al protagonista davanti alla porta, non è ancora ripresa. E si ha la chiara percezione che, più andrà avanti la divagazione, più il filo del discorso principale – quello della linea narrativa – verrà perduto. Ovviamente non esiste un limite oggettivo alla lunghezza di una divagazione; va solo tenuto presente che la divagazione è comunque una deviazione che rischia di distrarre il lettore.

D’altro canto, le divagazioni possono arricchire la narrazione, soprattutto se sono ben integrate: e in genere si integrano meglio le riflessioni dei personaggi che quelle del narratore, le quali ultime possono sempre sembrare un po’ giustapposte solo perché l’autore del libro aveva voglia di fare una sua tirata (si pensi a una lunga digressione sugli orologi a cucù nel bel mezzo di un hard-boiled, con l’unica scusante che il protagonista ne è appassionato… se non si aggancia in qualche modo allo sviluppo della storia, rischia di risultare soltanto una trovata fuori luogo. Diverso sarebbe il caso in cui il detective sfrutti la sua competenza in questo campo per arrestare il colpevole). Più sono attinenti alla storia, più sono integrate: una divagazione che porti il discorso da tutt’altra parte, senza nessuna utilità per la storia o per i personaggi, può invece sembrare nient’altro che un corpo estraneo. A volte una divagazione può essere addirittura necessaria, se il suo contenuto torna utile a uno snodo narrativo o all’arco di un personaggio: nel caso ad esempio di una riflessione che porti il protagonista a mutare orientamento su una questione fondamentale che indirizzerà il finale della storia. Divagazioni periodiche sulle razze di orchi in un romanzo fantasy potrebbero arricchire la narrazione; pagine di disquisizioni sulle marche di latte in commercio dagli anni ’70 a oggi in un thriller a orologeria potrebbero essere controproducenti (se il thriller è davvero coinvolgente, il lettore vorrà sapere cosa sta per succedere al protagonista e le divagazioni sul latte… semplicemente le salterà. Motivo per cui, se la divagazione apparentemente inattinente è invece legata al destino dei personaggi, meglio far in modo che il lettore possa capirlo presto). D’altro canto, c’è chi delle divagazioni ha fatto il suo marchio di fabbrica: si pensi ad esempio ai romanzi di David Foster Wallace. Insomma: la divagazione è un’arma delle più affilate. Proprio per questo va maneggiata con estrema cura.

Esiste un momento giusto per una divagazione? La risposta in generale è no: dipende dalla struttura tramite cui il discorso narrativo si evolve. Certamente si può dire che la divagazione dovrebbe accompagnare e sostenere il ritmo, non spezzarlo: quindi, in genere, il culmine di un’azione in itinere non è il luogo adatto per divagare. L’incipit di solito lo è: si apre con una divagazione, per poi accelerare con i primi fatti narrati. Oppure si può sfruttare il momento che precede immediatamente l’azione (come nell’esempio precedente della porta): poco prima che accada qualcosa di significativo, di veloce, una divagazione fa in modo che il lettore si rilassi, per poi tornare a stupirlo.

Nella scrittura non narrativa, tenere il timone saldo sulla rotta del discorso principale è ancora più importante. In generale, più il testo è breve, più la divagazione rischia di sottrarre spazio alle informazioni (o di finire addirittura fuori tema). Per evitare di spezzare il flusso del discorso, può essere utile evidenziare a parte il contenuto della divagazione (ad esempio in un box laterale).

Come citare i contenuti di questo sito

Puoi utilizzare liberamente tutti i contenuti di questo sito. Ricorda sempre di citare la fonte tramite il permalink e la dicitura «Contenuto ripreso da Editing e Scrittura creativa di Paolo Calabrò».

Questo si chiuderà in 0 secondi