C’è chi pensa che per creare un personaggio basti accostare un certo numero di caratteristiche e che poi il pubblico si identificherà con qualcuna di queste – il background, il lavoro, il modo di vestirsi, il reddito, la razza, il sesso – ma non c’è niente di più lontano dal vero. Se così fosse, nessuno potrebbe mai identificarsi con nessun personaggio, dal momento che il numero di caratteristiche non condivise sarebbe di gran lunga maggiore. Il pubblico si identifica con un personaggio in base a due elementi: il suo obiettivo e il suo problema morale (p. 53).

Anche l’idea che il protagonista debba essere necessariamente simpatico è sbagliata.
Alcuni tra gli eroi meglio riusciti non sono affatto simpatici, eppure siamo comunque attratti da loro. Può accadere, ad esempio, che un protagonista che all’inizio della storia ci risulta simpatico cominci a un certo punto a compiere una serie di scorrettezze perché messo sotto pressione dal suo avversario; eppure, non per questo abbandoneremmo la storia a metà (p. 54).
Quello che conta è che il lettore comprenda il personaggio, non che approvi necessariamente tutto ciò che fa. È la differenza che passa tra l’empatia e la simpatia: il lettore deve interessarsi a lui perché ne comprende le ragioni, non perché si senta di sposarle. Spiegare le motivazioni del personaggio è segreto per renderlo interessante, anche quando sia antipaticissimo.
Se il pubblico conosce i motivi che si nascondono dietro le azioni di un personaggio, è in grado di comprenderli (empatia) pur disapprovando quelle azioni (simpatia).


