Un romanzo è altra cosa rispetto a una mera elencazione cronologica di fatti. L’ordine in cui si decide di narrare, fondamento della trama, è reso dal montaggio delle scene.

- Veloce analisi del bellissimo racconto di Tolstoj: La morte di Ivan Il’ic. È un esercizio utile per comprovare che dietro una bella storia c’è sempre un sapientissimo lavoro di costruzione e che per un narratore conoscere bene i “ferri del mestiere” è condizione non sufficiente ma senz’altro necessaria. Federico Garcia Lorca, considerato all’epoca l’artista più ispirato, a proposito della sua poesia dichiarò: “Se è vero che sono poeta per grazia di Dio – o del demonio – lo sono anche per merito della tecnica e dell’esfuerzo, e perché so con certezza che cos’è una poesia” (pp. 73-74).
Brevissimo riassunto del racconto di Tolstoj. Russia, 1882. Ivan ha 45 anni, è stato da poco promosso consigliere di corte d’appello. Il salto di qualità nella gerarchia del suo ufficio lo ha reso euforico. La sua vita interiore è inesistente, occupata com’è dai rituali della professione, della società e della famiglia. Sta mettendo su la nuova casa quando, scivolando dalla scala, si fa male a un fianco. Lì per lì non dà troppo peso alla cosa. Ma quel dolore, giorno dopo giorno, si fa più acuto, fino a costringerlo a letto. Durante la malattia Ivan si rende lentamente e implacabilmente conto che sta andando dritto verso la morte.
Il primo, determinante artificio narrativo di Tolstoj è far cominciare il racconto dalla fine: prende l’ultima scena e la mette all’inizio: Il primo capitolo infatti si apre nel palazzo di giustizia dove il giudice Petr Ivanovic annuncia: «Signori! Ivan Il’ic è morto!» Poi, subito, Tolstoj presenta l’ambiente in cui il “cadavere” ha trascorso gran parte della vita: da questa descrizione si capisce perfettamente chi era Ivan: un giudice arrivista e meschino come gli altri. E per costoro infatti la vera notizia non è tanto la morte del collega quanto la liberazione di una poltrona di prestigio: chi ha un cognato da trasferire, chi spera finalmente nella promozione ecc. (pp. 74-75).
In questo modo, lo spostamento temporale del primo capitolo – che nella successione degli avvenimenti dovrebbe essere posto per ultimo – stende sulla narrazione “cronologica” dell’agonia di Ivan il drappo nero e pesante di un destino certo, matematico: la morte. Conferendo così, tra l’altro, una carattere di universalità al racconto (visto che il lettore ci mette ben poco a realizzare che la morte, in effetti, è il destino di ognuno di noi, e che si dovrebbe pensarci per tempo a dare un senso alla propria vita anziché lasciarsela scorrere addosso in attesa dell’inevitabile).
Quando Ivan, ancora in buona salute, al colmo della felicità per i successi della carriera e per la nuova casa, dice: «Mi sembra di avere 15 anni di meno», il lettore prova un sentimento di pietà, e quanto più il protagonista è felice tanto più cupa appare la sua gioia. Chi non avesse letto il primo capitolo – se cioè il racconto fosse stato “montato” secondo logica cronologica – non disgiungerebbe l’essere (Ivan in rapporto al proprio destino) dall’apparire (Ivan in rapporto alle sue azioni): l’esultanza di Ivan Il’ic non gli ispirerebbe alcuna pena. Ponendo in testa al racconto l’epilogo della storia, Tolstoj fa sì che il lettore riconosca in ogni “azione” dl protagonista una vanità (p. 76).


