La deduzione, logicamente valida se ben architettata, è fondamentale in un dibattito: qualora un discorso sia fondato su ragionamenti deduttivi errati, si incorre in fallacie logiche o, appunto, deduttive.
La fallacia è interessante e utile dal punto di vista narrativo in quanto consente di creare dialoghi che non sono guidati dalla logica, bensì da un interesse a depistare, mistificare, confondere…
Di seguito alcuni tipi di fallacia logica:

- ad antiquitatem. Consiste nel ritenere che qualcosa sia giusto o vero perché “si è sempre fatto così”.
- ab auctoritate. “L’ha detto lui”.
- ad hominem. Non si contesta l’opinione nel merito ma si denigra la persona che argomenta, cercando di così di gettare discredito sulle sue idee.
- ad populum. Si prende per buona o vera un’argomentazione solo perché si basa su un’idea diffusa, popolare, condivisa da un ampio numero di persone.
- falsa analogia. La creazione di un collegamento tra elementi che mostrano una certa similarità, trascurandone le pur rilevanti differenze: “State imponendo un divieto, come in una dittatura”.
- del fantoccio. Si attacca la tesi avversaria deformandola, creandone per l’appunto un fantoccio, una versione non fedele. Se dico che “il lavoro è un fattore di indipendenza” non sto dicendo che “il lavoro rende liberi” (tanto più se lo si afferma sostenendo che io mi riferisca direttamente ad Auschwitz).
- generalizzazione indebita. Deriva una conclusione da un campione inadeguato o di dimensioni statisticamente insufficienti. “Mio nonno ha fumato sigarette fino a novant’anni. Non fa poi così male, dopo tutto”.
Se in un dialogo un personaggio prende una deriva evidentemente fallace, la cosa si fa interessante, perché il lettore sarà portato a domandarsi: è soltanto stupido, o sta cercando di nascondere qualcosa? (pp. 22-24).


