Il dialogo dice di più di quello che dice. Perché il dialogo insinua. Risuona.
Dal subconscio, quando ascoltiamo un grande dialogo, affiorano alla mente associazioni con ciò che viene detto; e questo approfondisce i personaggi e aggiunge spessore al loro scambio. È quello che si definisce sottotesto (p. 85).

Il sottotesto è il non detto che si trova, appunto, al di sotto del detto, e che agita i personaggi motivandoli a fare ciò che fanno.
Secondo la psicoterapeuta Rachel Ballon, “il corteggiamento è sottotesto, il matrimonio è testo”. Quando una donna chiede all’uomo con cui è uscita: “Come ti sembro?” e lui dice “Stai bene” con molta probabilità lei non ha idea di cosa intenda e potrebbe esserci del sottotesto. Se rivolgesse la stessa domanda al marito, è più probabile che lui risponda in modo diretto: “È un bel colore, ma l’altro vestito ti sta meglio” (p. 85).
Esistono molti modi per esprimere il sottotesto all’interno di un dialogo. Uno di questi è interrompere una frase. Un uomo che dica a una donna: “Sei molto se– sei molto… elegante” esprime un sottotesto che è facile da cogliere. Similmente, in un giallo, un sospettato che alla domanda sul suo indirizzo risponda: “Ehm… il mio indirizzo… ah, sì: via Roma 113. Proprio questo” continuerà a rimanere sospetto agli inquirenti ancora un bel po’. Un altro modo classico è quello di sviare la conversazione: un personaggio che risponde in maniera evasiva e poi cambi subito discorso spiega molto più di ciò che dice: cioè che non ha nessuna voglia di parlare di quell’argomento. Ancora, del sottotesto può esser lasciato filtrare al di sotto di un linguaggio evidentemente sovraccarico come ad esempio quello della galanteria ottocentesca.


