Cliché

Un cliché è una figura retorica o un’immagine che una volta ha avuto il suo posto al sole. Un tempo la frase “essere come un libro aperto” era poetica e degna di Shakespeare. Adesso è solo un vecchio cliché.

Se avessi creato tu quella frase, potresti andarne fiero. Ma non sei stato tu, e quindi una frase del genere va usata solo se a pronunciarla è un personaggio con determinate caratteristiche (p. 148).

Dunque, non è che vi sia un divieto assoluto nei confronti dei cliché: vi è il divieto di usarlo da parte del narratore (a meno che non sia egli stesso un personaggio caratterizzato da una voce particolarissima; anche in quel caso, tuttavia, trattandosi del narratore – cioè della voce che porterà avanti la storia dall’inizio alla fine – si dovrebbe fare molta attenzione). Un personaggio che abbia un modo caratteristico di parlare e di pensare potrà benissimo far uso di cliché adeguati al suo grado di istruzione, alla sua mentalità, alla sua collocazione sociale.

Si suppone che uno scrittore sia in grado di descrivere in termini più specifici (p. 148).

Perché i cliché sono tanto odiati? Perché, essendo ritriti, richiamano nel lettore immagini ed emozioni che sono ormai sedimentate in lui, consuete, familiari fino al tedio. Non risvegliano in lui nessuna reazione: nessuna sorpresa, nessun impatto. Come se si trattasse di una cosa qualunque; della “solita cosa”. È un aspetto che gli scrittori prendono molto sul serio. Al punto che, per Martin Amis, la scrittura è una “caccia al cliché”.

Quando rileggete la vostra prima stesura, molto probabilmente la troverete piena di cliché. Un personaggio può essere “un cuore di pietra”, “bianco come il latte”, qualcosa può essere portata “su un piatto d’argento” o “in guanti bianchi” (p. 148).

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