Due modi particolari di fare show, don’t tell sono il body tour e il gaze tour e consistono nel coinvolgere i sensi nelle descrizioni.

Descrivere uno spazio con i dettagli giusti pone nelle condizioni di fare un body tour, cioè il viaggio che permette al lettore di attuare una strategia di spazializzazione e muoversi da un punto all’altro della casa o di un ambiente in generale, riempiendo i vuoti di informazione del testo con le informazioni che derivano dalla propria esperienza. Perché il lettore entri nella casa di Teo, servono coordinate spaziali, un buon uso dei sensi, i dettagli e le giuste descrizioni. In questo modo si attiva il sistema mirror e tu potrai entrare nel cucinotto 2×2 (dettaglio: dimensioni) con le pareti gialle (sensi: vista), scostare (movimento) la tenda in cotone (sensi: tatto) a quadretti marroni e bianchi (sensi: vista) dall’unica finestra (dettaglio) che cigola (udito) della stanza, sfilare dall’accozzaglia della madia, a sinistra del frigorifero, vicino alla porta, il tegamino per prepararti un uovo strapazzato col formaggio (dettaglio e sensi: odorato, gusto) e andare a gustarlo in terrazza – dopo aver fatto due rampe di scale – all’ultimo piano, o in giardino, di fronte al finestrone del salotto (pp. 103-104).
Diverso invece è il gaze tour. Anziché fare una ricognizione e una ricostruzione dello spazio, attraverso i movimenti del corpo, come nel body tour, nel gaze tour il lettore coinvolge prevalentemente la vista. È quello che succede nelle situazioni statiche, nei testi che descrivono, ad esempio, un panorama:
La piazza del mercato era vuota, gialla di fuoco, spazzata da calde ventate come un deserto biblico. Acacie spinose, cresciute nel vuoto di quella piazza gialla, scrollavano il loro fogliame chiaro, mazzi di filigrane verdi artisticamente aggruppate come gli alberi sui vecchi gobelin. Adesso le finestre, accecate dal bagliore della piazza vuota, dormivano; i balconi confessavano al cielo il loro deserto; gli androni aperti odoravano di fresco e di vino (p. 107)


