Tutti i film hanno bisogno di una risoluzione come gesto di cortesia verso il pubblico. Difatti, se il climax ha davvero toccato gli spettatori – per cui stanno ancora ridendo in modo incontrollato, sono pieni di terrore, di sdegno sociale o di lacrime – è poco gentile sfumare sul nero e far scorrere i titoli di coda.

Questo infatti è il segnale he è ora di andar via, cosa che gli spettatori cercheranno di fare ancora colmi di emozioni, inciampando l’uno sull’altro al buio e perdendo le chiavi della macchina sul pavimento appiccicoso di Pepsi.
Un film (e un romanzo, allo stesso modo e per lo stesso motivo: il lettore vuole ancora gustare la meraviglia del finale per un po’ dopo averlo concluso, non è ancora pronto per rientrare di peso nella nuda realtà) ha bisogno di ciò che a teatro si definisce un “sipario lento”: una riga di descrizione alla fine dell’ultima pagina che fa carrellare la cinepresa lentamente all’indietro oppure accompagnando le immagini per alcuni secondi, così da dare al pubblico il tempo di riprendere fiato, rimettere i ordine i propri pensieri e lasciare con dignità la sala cinematografica (p. 293).


