Nel gergo della narrativa, una “tinca” è un personaggio privo di qualunque spessore, che serve solo come strumento a fini narrativi (recare un messaggio, rompere un oggetto…) ma che sembra talmente finto da non assomigliare nemmeno a una persona in carne e ossa.

- Probabilmente il termine deriva direttamente dal pesce e sta a indicare un tipo inespressivo, imbambolato come un pesce. Quando costruisce un personaggio la prima cosa che uno scrittore si deve chiedere è se non sia per caso una tinca, qualcuno cioè messo lì al puro servizio della storia, senza una sua personalità, senza un carattere preciso. Molte apparizioni con funzione di deus ex machina sono, ad esempio, tinche. Lo è in qualche modo anche il cognato di Ivan Il’ic, che arriva in casa, dà un’informazione e se ne va senza più tornare (p. 86).
A dimostrazione che anche i più grandi hanno le loro imperfezioni; e che da loro c’è da imparare di tutto, nel bene come nel male.
Nota bene: non bisogna confondere un personaggio secondario con la tinca. Questa ha un evidente scopo strumentale: è importante perché “porta avanti” la trama, ma è una figura estranea che serve a raccontare gli altri e non ci dice nulla di sé (p. 86).


