#12 – Agente impersonale interno

(L’azione può essere accompagnata anche da qualcosa che avviene nell’ambiente interno alla scena)

La cucina era piena di una luce grigia che arrivava dall’unica finestra chiusa, all’altezza del lavello. La luce di ogni mattina, da parecchio tempo.

Lui la aggredì. «Hai detto che mi avresti restituito quei soldi – disse, mentre un lampo si fece strada in un attimo all’interno, riempiendo la camera di chiarore e di presagio. – Ma non l’hai fatto. Neanche oggi».

Era un uomo alto ma privo di nerbo, di quelli che a vederli pensi subito che potrebbero spezzarsi con un semplice passo di troppo. In piedi sulla soglia, nel suo completo grigio che teneva a qualunque ora del giorno, anche in casa, la guardava di spalle, all’altro capo della stanza. Tutti danno importanza ai soldi, chi più chi meno. Ma pochi sono disposti a perdere anche quel che hanno, per recuperarli.

Lei si difese.

«La giornata di oggi non è ancora finita», disse, inarcando la schiena con uno scatto, come fanno certi cani al sentore del pericolo. Lasciò scivolare il piatto che stava lavando sotto il pelo della schiuma d’acqua e detersivo e appoggiò la spugnetta sul bordo d’acciaio. Cominciò a sudare istantaneamente, nonostante facesse freddo fuori, lo percepiva attraverso la finestra.

Il telefono suonò con quel suo trillo allegro che sembrava dovesse comunicare ogni volta chi sa quale buona notizia. Non accadeva mai. Fuori annuvolava e la luce nella stanza si fece ancora più grigia. Le cose sbiadivano alla vista, come se stessero perdendo consistenza.

[Il telefono squillò.]

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