La lingua cambia di continuo. Alcuni cambiamenti fanno arrabbiare i linguisti – custodi della tradizione, dell’ortodossia e della purezza del senso – altri vengono recepiti in maniera così spontanea da sembrare che ci siano sempre stati (o quasi che ce ne fosse il bisogno).

Un esempio molto discusso di evoluzione sanzionata dai linguisti è il famigerato piuttosto che:
vorrei partire per la Svizzera piuttosto che per l’Austria
In italiano questa frase significa: “Preferisco andare in Svizzera anziché in Austria”, ma spesso ultimamente la si intende come un’alternativa alla pari, senza preferenza: “Me ne andrei volentieri in Svizzera, oppure parimenti in Austria”. In tal modo, quest’uso errato del piuttosto che non è solo uno scivolamento al di fuori della tradizione, ma una distorsione del senso che non permette più di comprendere quali siano le reali intenzioni di chi sta parlando.
Altre forme pur errate sono più innocue. La frase:
ci vediamo pomeriggio al posto di ci vediamo nel pomeriggio
non fa l’uso corretto della preposizione, che in italiano è richiesta, ma tutto sommato non crea problemi di comprensione (e va affermandosi nell’uso, trasversalmente all’età e allo strato sociale).
Altre forme ancora possono più o meno piacere a seconda della sensibilità personale:
vado a mangiare una cosa al posto di vado a mangiare qualcosa
non viola ad esempio nessuna regola grammaticale.
Le dispute cattedratiche hanno tuttavia la loro sede, che non è quella della revisione del testo. Qui ciò che conta è la relazione fra le parole che scrivo e ciò che con quelle parole riesco a far capire al lettore.
La difficoltà per l’editor è riconoscere come sbagliate forme che trovano sempre più credito e diffusione, soprattutto presso i mezzi d’informazione (facile qui tirare in ballo i social network, ricettacolo di esempi pessimi). Alla quale si aggiunge, non di rado, un’ulteriore difficoltà: quella di spiegare all’autore il motivo della critica (può essere avvilente chiarire una regola ovvia quando si è in pochi ad applicarla). A volte l’autore domanda perché mai ci si debba “fossilizzare” su cose del genere, magari parlando del naturale fluire della lingua per concludere che lui è “il nuovo” mentre tu, editor, sei “il vecchio”.
Inutile entrare in polemica su questo fronte. Può valere però la pena di offrire una considerazione di buon senso, di portata generale: se ci si attiene alla regola storicamente consolidata, non si sbaglia mai; scegliendo “il nuovo” si rischia sempre. Ciò non deve indurre, ovviamente, alla pavidità; alla cautela però sì. E a un utilizzo consapevole delle regole e delle eccezioni. C’è differenza tra il violare una regola per un obiettivo espressivo preciso e il violarla semplicemente perché… la si ignora.


