A differenza delle frasi fatte, perlopiù innocue, come ad esempio:

- casca proprio a fagiolo
- ai posteri l’ardua sentenza
- ha preso un bel due di picche
i luoghi comuni sono espressioni che contengono un giudizio di valore, formulato sommariamente e in riferimento a gruppi più o meno grandi di cose o persone. Ad esempio:
- le carceri scandinave sono alberghi a quattro stelle
- i dipendenti pubblici sono fannulloni
Anche quando non esprimono una critica negativa, o intendono formulare addirittura un apprezzamento, i luoghi comuni investono comunque un’intera categoria, stereotipandola.
- i neri hanno la musica nel sangue
- le auto giapponesi consumano poco
- gli italiani lo fanno meglio
Chi li usa nel parlare non ci fa certo una bella figura; peggio ancora chi li scrive. Il motivo è semplice: i luoghi comuni riconducono a ragionamenti pigri, a considerazioni non documentate (o perfino arbitrarie) e in ultima analisi a una realtà troppo semplificata perché la si possa prendere sul serio. Ma la buona scrittura, non solo narrativa, non ha bisogno di pigrizia, bensì di vivacità (e di originalità); e di serietà (soprattutto la saggistica).
Restano ferme ovviamente tutte le eccezioni immaginabili al riguardo. Prima fra tutte, quella di un personaggio caratterizzato proprio dall’uso dei luoghi comuni: si immagini un provincialotto goffo alle prese con i grandi temi (con i quali nella vita non ha mai dovuto scontrarsi direttamente: qui l’uso sarebbe perlopiù inconsapevole), o un politico senza scrupoli che ha appena scoperto la praticità dell’aizzare le masse con argomenti semplici quanto inconsistenti. Più difficile immaginare un uso profittevole del luogo comune in saggistica (ma guai a escluderlo a priori).
Suggerimento conclusivo: quando non c’è un motivo evidente per ricorrervi, non infarcire ciò che scrivi di luoghi comuni. E non preoccuparti se al cinema ne trovi di continuo: si sa, il libro è sempre migliore del film.


